martedì 27 maggio 2008

Forse vi ricorderete di me per film come...

Che dire.
Neanche lo sapevamo che fosse malato...

domenica 25 maggio 2008

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008, regia Steven Spielberg)



L’ansia era molta, come sempre in questi casi.
C’era il rischio di sciupare una delle cose più importanti (non solo) per i cinefili.
La figura di un eroe, poco importa se di celluloide.
Ma possiamo ritenerci più che soddisfatti.
Il quarto capitolo delle avventure del Professor Jones è un film dedicato a tutti i fan del cinema, soprattutto di quella saga che è riuscita a segnare un periodo, plasmando l’immaginario e imponendo nuovo canoni di un genere.
Cosa che da un certo punto di vista potrebbe far storcere il naso a più persone.
Questo perché quella di Spielberg non è una pellicola priva di difetti e presenta forzature che difficilmente potranno essere digerite da tutti.

A cominciare dall’ incipit, avvolto in una luce innaturale che riesce a trasfigurare ogni contorno, quasi a voler ricordare il cinema di animazione, con tutte le sue esagerazioni.
O quell’improbabile fuga tra le liane presente nella seconda metà del film.
Se poi dobbiamo dirla tutta, anche noi abbiamo mandato giù a fatica la troppa grafica digitale, simbolo di un cinema moderno, ma anche spartiacque tra questa modernità e una concezione di fare film - purtroppo superata - tipica del periodo ‘80/’90.
Ma messa da parte ogni malinconia, anche l’evidente presenza dei segni del tempo sul volto di Harrison Ford si accetta di buon grado.
Tra autocitazioni ed ammiccamenti al passato, ha contribuito a dar vita ad un’operazione nostalgica quanto mai convincente (soprattutto in questo periodo di continua mania revival), proponendoci un personaggio equilibratamente sospeso tra il ricordo e l’inevitabile peso di diciannove anni d’attesa.
Per quanto riguarda Spielberg, questa non è altro che l’ennesima conferma di quanto il suo cinema, tacciato più volte di essere commerciale, sia in realtà intriso di quell’autorialità che solo poche persone possono permettersi.
Un maestria che traspare nell’incredibile duello motorizzato, ambientato nella giungla. Orchestrato in una maniera tale da rasentare la perfezione, pur mantenendo quegli schemi tipici dei grandi giochi di fantasia che, tra piramidi Maya e astronavi spaziali, sembrano muovere l’intera vicenda.
I comprimari sono più che azzeccati.
Shia LaBeouf, redivivo Marlon Brando, continua ad accattivarsi le nostre simpatie, riproponendo quello scontro generazionale toccato in precedenza alla coppia Connery – Ford.
Un passato più volte riportato alla memoria anche tramite i doverosi omaggi al compianto Denholm Elliott, alias Marcus Brody.
Alla bellissima Cate Blanchett si può solo rimproverare l’orrendo doppiaggio filosovietico e la ricomparsa di Karen Allen non può che fare infinito piacere.
Un piacere che diventa gioia sul finale, allusivo e categorico al tempo stesso.
Spielberg e Lucas infatti non lasciano spazio a dubbi:
Di Indiana Jones ne esiste solo uno.

venerdì 23 maggio 2008

Oltre il 2000!!!


Che dire.
Uno era decisamente poco, due forse sono troppi!
Ma che ci volete fare.
Qui a Cinedelia si pensa solo ed esclusivamente a voi, cinefili affamati in cerca di nuove e continue emozioni.
Perciò non indugiate.
Qui lo scabroso, qui il proibito, qui il gossip!
Qualcuno l'aveva già capito.
E' nato Cinedelia 3000!!!
E siamo tutti più contenti.

Gomorra

Gomorra (2008, regia Matteo Garrone)



Cercheremo di non spendere troppe parole sul film di Garrone.
Non perché non ci sia piaciuto, ma perché abbiamo la sgradevole sensazione che ogni cosa detta sarebbe solo l’ennesima ripetizione di concetti ormai triti e ritriti.
Ci teniamo solo a sottolineare due cose per noi importantissime, attorno alle quali ruota l’intera vicenda (non solo cinematografica).
La prima è riscontrabile in un ambiente, quelle mura fatiscenti dove due ragazzi giocano a impersonare il Tony Montana di turno.
Quella villa esiste.
Era la residenza del Boss Walter Schiavone.
Leggenda vuole che quest’uomo, fratello di Francesco Schiavone, detto Sandokan, avesse consegnato al suo architetto una videocassetta del famoso film di Brian De Palma Scarface, chiedendogli di ricreare ciò che vedeva.
Ecco, durante la visione non abbiamo fatto altro che pensare ad un articolo, letto un po’ di tempo fa chissà dove.
Si discuteva su come in realtà non sia mai stato il cinema ad ispirarsi alla criminalità, ma il contrario.
E’ il mondo della Camorra che vive di una memoria televisiva, cinematografica. Plasma la sua figura su di un’iconografia entrata ormai nell’immaginario comune.
Questo porta direttamente alla seconda immagine cui volevamo riferirci, presente nei primi minuti di proiezione e accompagnata da quella musica neomelodica, mai stata così inquietante.
Si tratta di un corpo immobile, senza vita, intento a prendere il suo ultimo bagno di sole.
Un’inquadratura pensata non per porre l’attenzione sul cadavere in questione, ma sulle sue mani curate e fresche di manicure.

Gomorra è un film capace di provocare nello spettatore una sorta di nichilismo, una sensazione di impotenza che rimane appiccicata addosso.
Difficilmente la coralità di questo nuovo realismo riuscirà a cambiare le cose, ma una cosa è certa e l’ha già detta Aldo Fittante:

Non si potrà più girare in Italia un film sulla mafia, sulla camorra o sull’ndrangheta senza ripartire da qui”.

giovedì 22 maggio 2008

Diary of the dead

Diary of the dead (2007, regia George A. Romero)



Si dice che tre sia il numero perfetto.
Dal canto suo George Romero ha contribuito ad affermare questo assunto, regalandoci una trilogia, quella sui morti viventi, entrata di diritto nell’olimpo dell’horror.
Certo, nel 2005 è anche riuscito a dimostrarci che non esistono leggi universali, sfornando un quarto capitolo non richiesto, ma capace comunque di ricreare il giusto dosaggio tra orrore e provocazione sociale tipico dei tre film precedenti, giungendo ad una conclusione inquietante che, sulla scia di Richard Matheson, proponeva un possibile ribaltamento dei ruoli.
Giunto al numero cinque il regista ha preferito (giustamente) non sciupare la perfezione, proponendoci quello da lui definito come “un nuovo inizio per i morti” e, adattandosi ai tempi, ricorrendo a quell’impianto narrativo pseudo amatoriale che ultimamente sembra andare per la maggiore.
Un nuovo compleanno per gli Zombi che delude in parte le aspettative, rivelando una fiacchezza di idee che sinceramente non ci aspettavamo.
Sarà anche dovuto al fatto che l’attenzione l’hanno già occupata i vari Cloverfield e Rec (quest’ultimo molto più “Romeriano” del film in questione), provocando nello spettatore una sorta di saturazione nei confronti di tali argomenti, ma questo Diary of the dead non sembra voler aggiungere niente di nuovo ad una serie che, durante la sua evoluzione, è riuscita sempre a rinnovarsi, proponendoci chiavi di lettura ogni volta diverse e attuali.
La critica ai New Media e ad una mania di protagonismo largamente diffusa, sottolineata da un continuo accennare al valore che solo le immagini possono avere all’interno della nostra società, risulta abbastanza fiacca, come anche l’immancabile frecciatina (fuori onda) nei confronti dell’esercito.
Ovviamente non mancano momenti interessanti o di pura tensione, come la già citata parentesi del pastore Amish, ma più che altro si tratta di isolati lampi di genio.
Memorie di un passato che forse non è più il caso di scomodare.
E se prima il sospetto di una manovra commerciale era solo un vago sentore, ora che abbiamo appreso della prossima realizzazione di un Diary of the dead 2, l’odore è diventato insopportabile.

lunedì 19 maggio 2008

Il mondo dei robot

Il mondo dei robot (1973, regia Michael Crinchton)



Recentemente, qui a Cinedelia, si è parlato di quella paura nei confronti del futuro che ha accumunato – in tutti i sui aspetti – una cinematografia di genere (e non solo), portandola alle estremizzazioni post apocalittiche di titoli come Mad Max o Escape from NY e che sembra non essersi ancora esaurita, alimentata dalle ansie post 11 Settembre.
Molte sono le pellicole debitrici nei confronti di WestWorld, prima regia di Michael Crincton, autore di romanzi come Jurassic Park (di cui ha curato anche la sceneggiatura).
Terminator, Robocop, per citarne alcuni, giungendo alle esasperazioni trash di titoli come Classe 1999.
Persino John Carpenter ha ammesso di essersi ispirato al cattivo Yul Brynner (versione cibernetica dei Magnifici sette), per le movenze del suo Michael Myers.
E’ infatti attraverso la sua trasfigurazione in Golem del nuovo millennio, deciso a distruggere chi lo ha creato, che si nasconde un inquietante messaggio nei confronti di una razza, quella umana, in continua competizione con il suo stesso essere e talmente assuefatta al concetto di violenza, da doverlo esorcizzare virtualmente (per quanto possa bastare).
E’ per questo che, dentro la rivolta di Westlandia, è difficile trovare dei veri cattivi.
Di chi è veramente la colpa, dell’uomo creatore o del suo Frankenstein impazzito?

giovedì 15 maggio 2008

Tron

Tron (1982, regia Steven Lisberger)



Tra i titoli di culto, capiscuola di una generazione di film giunti fino ai giorni nostri (e, a giudicare dai pochi fotogrammi visti, anche del recente Speed Racer), Tron è stato sicuramente uno dei più sottovalutati, perlomeno ai tempi della sua uscita.
Tre anni di lavorazione e l’aiuto del capiente portafogli di casa Disney, non diedero infatti i frutti sperati, trasformando un sicuro blockbuster in un modesto successo di pubblico, rivalutato (in parte) solo con il passare degli anni.
Certo, quella di Lisberger non è una pellicola priva di difetti e, più che ad una trama forte, sembra puntare alla magnificenza di una rappresentazione futuristica, studiata con sospetto.
Da questo punto di vista è facile vedere all’interno della storia un monito, nei confronti di una società in continua evoluzione.
Eppure, oltre a quella paura per il futuro, a quella predisposizione negativa nei confronti di una nascente “cyber era” - cosa che ha accumunato molti titoli del periodo - c’è qualcosa.
Sarà quell’ingenuo spirito animista che muove la vicenda e che ci spinge a pensare che, anche in questo momento, ci sono diverse forme di vita all’interno del nostro calcolatore, racchiuse tra le mura di città virtuali.
Oppure - e ne sono quasi certo - il merito è tutto di quegli effetti speciali così kitsch, frutto di un’arte povera, che allora si definiva “all’avanguardia” e che sembra donare ad ogni scena quella stravagante essenza, tipica della Pop Art.
Guardato oggi, infatti, Tron ha il fascino di un’opera d’arte.
Una tale gioia per gli occhi, che lo si potrebbe benissimo vedere senza audio.
Per quanto ci riguarda lo apprezzeremmo ugualmente, se non di più.