martedì 14 luglio 2009

Notorious

Notorious (2009, regia George Tillman jr.)



Una Rock Star per entrare nel mito deve morire giovane, almeno così dice qualcuno. La verità è che dando una breve occhiata alla storia della musica degli ultimi cinquant’anni è difficile smentire tale principio. Tante sono le cosiddette perdite premature, altrettanti i nomi entrati nella leggenda. Non solo per quanto riguarda il genere Rock ovviamente, e la storia di Christopher George Latore Wallace, conosciuto come Notorious B.I.G., ne è la prova.

L’ennesima storia di un ragazzo che non ha fatto altro se non essere se stesso, diventando la voce di una generazione, di un periodo, di una società, che avevano bisogno di essere rappresentati.
Una voce della strada, dura ma vera, ma anche dell’amore, talmente convincente da ottenere il consenso della rivista Rolling Stone, che l’ha definito “uno dei primi giovani cantautori maschi a realizzare canzoni d’amore credibili
Notorious B.I.G. non è mai stato uno stinco di santo, questo è risaputo, nella sua vita ha commesso parecchi errori e il film di Tillman non cerca certo di nasconderli. Purtroppo nella sua onestà questa pellicola ha un difetto, quello dell’eccessivo buonismo, presente soprattutto nel finale. Questo perché, nel tentativo di dare una spiegazione al declino privato del rapper, si avvale di un’interpretazione troppo facile, che vede come unico colpevole il mondo dei media. Cosa solo in parte vera.
La morte dell’amico/nemico Tupac Shakur, l’omicidio dello stesso B.I.G., sono avvenimenti che rimarranno per sempre avvolti nel mistero. Dipingere Puff Daddy come un santo non servirà certo a cambiare le cose.

Questo trasforma un’opera carica di potenziale in un film senza infamia e senza lode, incorniciato da una fotografia patinata che ben si addice all’ambiente Hip Hop.
Nonostante tutto sui titoli di coda si rischia la commozione. Questo perché, malgrado l’aria dura, si tratta pur sempre di “Good Fellas”.

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venerdì 10 luglio 2009

Anamorph

Anamorph (2007, regia Henry S. Miller)



Se, tra tutte le azioni umane possibili, ce n’è una che evoca l’esperienza estetica del sublime, di certo si tratta dell’omicidio”. A dirlo è stato Joel Black, professore di letteratura dell’Università della Georgia. Un principio che sembra essere stato preso alla lettera da Henry S. Miller all’interno di questo lungometraggio, purtroppo con esiti abbastanza deludenti.

Cos’è successo al genere Thriller negli ultimi anni? Assolutamente niente. Questo non vuol certo dire che le cose vadano bene così come sono, anzi, l’essersi adagiato su se stesso non ha fatto altro che contribuire alla nascita di una serie di titoli mediocri (con le dovute eccezioni ovviamente), il cui unico merito è quello di riuscire ad aumentare l’importanza dei vecchi classici di genere.
Benché caratterizzato da un plot interessante, Anamorph non è certo da meno.
Cos’è che non funziona? La sua estetica “Fincheriana” piena di chiaroscuri, bella ma terribilmente vuota. L’assenza di una storia forte, capace di coinvolgere e terrorizzare, qui risolta in un insieme di scene ad effetto talmente vaghe da ricordare un lunghissimo riassunto delle puntate precedenti.

Cosa rimane? Il piacere di potersi gustare l’ennesima interpretazione di Peter Stormare, che nelle atmosfere oscure riesce sempre a dimostrarsi impeccabile. Un po’ meno Willem Dafoe, poco incisivo, è vero, ma bisogna anche dire che chiunque altro lo sarebbe stato al suo posto.
La colpa è tutta di un film pieno zeppo di potenzialità inespresse, più utile a conciliare il sonno che a toglierlo. Per un Thriller non può esistere premessa peggiore. Se a dettare i brividi è l’aria condizionata, tanto vale godersela a casa.

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venerdì 3 luglio 2009

Outlander

Outlander - L'ultimo vichingo (2008, regia Howard McCain)



Al tempo dei vichinghi un alieno dalle fattezze umane (James Caviezel) precipita con la sua astronave tra i fiordi norvegesi. Con lui una creatura mostruosa conosciuta come Moorwen.
La lotta tra i due, iniziata chissà dove e proseguita sul suolo terrestre, coinvolgerà i pochi sopravvissuti di un villaggio vicino. Guerrieri umani, combattenti alieni, uniti per distruggere il mostro.

Alieni che si alleano con umani (Vichinghi) per combattere Alieni molto più grossi e decisamente più temibili. A guardar bene non ci si crede.
La cosa ancora più singolare è che questo film, che per forza di cose bisogna definire Trash, funziona e anche parecchio. Non si tira in ballo la verosimiglianza della storia ovviamente, che comunque dal canto suo ha il pregio di essere coerente con se stessa, piuttosto l’attrattiva che, vuoi per la singolarità dell’argomento, vuoi per una realizzazione decisamente superiore alle aspettative, questa esercita.
Outlander, uscito direttamente per il mercato home video in America, è un tripudio di citazioni di genere. I titoli tirati in ballo sono tantissimi: Alien, Predator, Alien Vs. Predator (ovviamente), L’armata delle Tenebre, Conan il Barbaro, per citarne alcuni. Il tutto fuso – stando alle parole del regista Howard McCain – al poema epico Beowulf.

Il risultato è un gustoso mix di azione, fantascienza e spirito guerriero capace di coinvolgere e, in certi punti, addirittura emozionare.
Con questo non si vuole certo dire che quello di McCain sia un capolavoro, questo è ovvio. Più che altro si tratta di un ottimo B-Movie, con tutte le carte in regola per conquistare uno spazio personale all’interno dell’affollato panorama di genere. Questo perché possiede un’equilibrata commistione di caratteristiche fondamentali, tra cui non mancano l’esagerazione, la carica grottesca e il ridicolo involontario, e si avvale di un cast che, grazie a nomi del calibro di James Caviezel, Ron Perlman, John Hurt, può considerarsi degno delle più grandi occasioni.

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giovedì 2 luglio 2009

Transformers – La Vendetta del Caduto

Transformers – La Vendetta del Caduto (2009, regia Michael Bay)



Crescono i “Robottoni”, ma non il pubblico. Giunta al secondo capitolo, la saga basata sulle avventure dei Transformers, giocattoli targati Hasbro (qui in veste di produttrice), abbassa paurosamente la fascia d’età cui si riferisce. Il risultato è uno spettacolo ultratecnologico, sfarzoso, ma alla lunga stancante.

La cosa che più lascia perplessi è che il film risulta privo di mordente anche nei momenti cosiddetti “sicuri”, quelli in cui la storia lascia spazio all’azione. Da questo punto di vista non possiamo certo dire che la regia di Michael Bay aiuti. Il suo inconfondibile marchio di fabbrica, più errore che pregio, identificabile nella composizione di “action scene” talmente ingarbugliate da rasentare lo stordimento, riesce a vanificare ogni possibile meraviglia. Tanto che nel finale, quello del caratteristico scontro tra titani, più che l’adrenalina è lo sbadiglio a dominare incontrastato.
Il resto certo non aiuta. La sceneggiatura è piena di buchi, alcuni personaggi sul quale si sarebbe potuto puntare, vista anche la caratterizzazione accattivante (vedi il robot “barbuto” Jetfire), arrivano e se ne vanno senza lasciare traccia.
Un vero peccato, anche perché visto il precedente capitolo, non stupendo ma comunque molto buono, la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad una parabola discendete.

Rimane qualche momento divertente, qualche immancabile citazione, tra cui una ai Gremlins di Joe Dante particolarmente riuscita e, per chi gradisce, le curve di Megan Fox.
Nel finale, a combattere tra le piramidi (si tirano in ballo gli Egizi e i loro presunti contatti con civiltà aliene), c’è anche John Turturro. Non possiede il fascino di Megan Fox, questo è certo, ma la sua breve apparizione, benché abbia l’aria di essere buttata lì a caso, è un toccasana.

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sabato 27 giugno 2009

Star System

Star System – Se non ci sei non esisti (2008, regia Robert B. Weide)



Da cacciatore di Zombi, a poliziotto, a giornalista in carriera (per non parlare di un bel viaggetto sull’Enterprise), per Simon Pegg il passo è stato molto breve. Certo, questa volta non ha potuto godere del supporto degli amici Frost e Wright, ma anche da solo riesce a strappare più di qualche sorriso.

Star System – Se non ci sei non esisti (sorvoliamo sulla traduzione italiana del titolo) si ispira al libro del giornalista Toby Young, Un Alieno a Vanity Fair, uno stralcio autobiografico frutto di due anni di esperienza all’interno della redazione del periodico americano.
Alla frustrazione provata dallo scrittore, deluso da una realtà professionale ben diversa da quella attesa, si unisce una tipica storia d’amore, che vede il lento fiorire di un sentimento tra due personalità diametralmente opposte, unite da un galeotto Federico Fellini.
Il risultato è una commedia non del tutto riuscita, ma ricca di momenti divertenti e argute riflessioni sui dettami dello Star System e sulle (ormai) poche forme di libero pensiero a cui siamo aggrappati.
La New York rappresentata, come quella vera stando alle parole di Young, è uno sfavillante tempio di plastica, dove il successo di pubblico è deciso a tavolino e i giornalisti sono delle semplici pedine da manovrare.

Inutile dirlo, Simon Pegg è bravo, ma non come ci si aspettava. Il suo è un personaggio sbagliato nel posto sbagliato, e sono le sue disavventure a far presa sul pubblico. Il resto del cast è funzionale.
Un’ultima parola la spendiamo per l’attrice Gillian Anderson, qui nel ruolo di una delle più importanti PR della Grande Mela. Non poteva essere altrimenti del resto, il mondo dipinto da Robert Weide è così alieno da necessitare di un’esperta del settore.

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martedì 9 giugno 2009

Sacro e Profano

Sacro e Profano (2007, regia Madonna)



Risulta davvero difficile parlare dell’ultimo capriccio di Madonna (all’anagrafe Louise Veronica Ciccone) senza tirare in ballo, ovviamente con la dovuta dose di rabbia, i privilegi di cui determinate persone possono godere. Primo fra tutti quello di poter fare tutto ciò che si desidera, anche quando non si è in grado.

Che la cantante sia sempre stata abituata ad ottenere ciò che vuole non è un segreto, ma questa parentesi cinematografica – nonostante dieci anni di matrimonio con Guy Ritchie, che avrà poca fantasia, è vero, ma almeno la telecamera è in grado di usarla – non presenta il minimo lato positivo.
Principalmente perché gioca sulla falsa riga del racconto corale, presentandoci personaggi stereotipati e banali che possiedono molta autobiografia, quasi fossero piccole sfaccettature dell’animo della cantante, ma poca anima.
Il problema risiede proprio in questo, nell’aver voluto fare un film per forza “fuori di testa”, dotato di quella (normale) follia tipica di un certo cinema di genere. Il risultato è quello di aver dipinto un’Inghilterra macchinosa e irritante, all’interno della quale i protagonisti si muovono a suon di congetture poetiche decisamente prevedibili.
Peccato per Eugene Hutz, leader del gruppo Punk/Gitano Gogol Bordello, le cui doti recitative erano state confermate grazie a Ogni Cosa è Illuminata (quello si un gran bel film).

Del resto Madonna è stata sincera: “Filth and Wisdom è stata, essenzialmente, la mia scuola di regia”, questa è stata la sua affermazione. Ad attenderla alla fine di questo percorso scolastico purtroppo c’è un bel voto negativo.
Morale di tutto questo: “Per andare in Paradiso bisogna passare dall’Inferno
C’è di buono che dopo questo film gran parte del cammino può dirsi compiuto.

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Terminator Salvation

Terminator Salvation (2009, regia McG)



La maggior parte delle persone continua a sottovalutare l’importanza che un film come Terminator ha avuto sulla cinematografia di genere, non solo CyberPunk. Principalmente perché è riuscito benissimo a riflettere le ansie di un periodo – gli anni ’80 – pieno di incertezze, creando una figura entrata ormai a far parte dell’immaginario comune. Il Cyborg T-800, arma da guerra lontana dai replicanti di Blade Runner, priva di anima e perfettamente in grado di infiltrarsi all’interno dei territori nemici.
Quello di Cameron è stato uno dei primi film a riflettere sui paradossi temporali, basandoci un’intera storia e ricordandoci che “Il destino non è scritto. Il destino è quello che noi ci creiamo”, concetto in seguito ripreso, con toni meno catastrofici, da Robert Zemeckis per il suo Ritorno al Futuro.
Come spesso accade, le migliori idee sono quelle a fare la fine peggiore, sfruttate fino all’osso e private di ciò che le ha rese così affascinanti. Così è stato anche per la saga di Terminator.
Terminator II – Il Giorno del Giudizio, diretto sempre da James Cameron è stata comunque e a suo modo una pellicola importante. Uno dei film più costosi della storia del Cinema, questo anche a causa dell’innovativo (almeno per i tempi) uso della grafica digitale.
Purtroppo già allora la carica eversiva del plot aveva dimostrato un forte calo. Ad affossarla del tutto ci ha pensato Jonathan Mostow con il suo Terminator III – Le Macchine Ribelli. Un film francamente inutile, che si è limitato a ripetere cliché ormai logorati dal tempo.

Cliché che fortunatamente si è cercato di evitare all’interno di questo Terminator Salvation, preceduto da un telefilm – Terminator: The Sarah Connor Chronicles – ma comunque distaccato da esso, questo grazie alla “scusa” dei paradossi temporali, che se non altro garantisce il privilegio di poter salvare gli sceneggiatori da qualsiasi incongruenza.
Il pregio principale del film di McG è proprio questo, il voler ricominciare tutto da capo pur proseguendo l’ideale via intrapresa dalla saga.
Il risultato è un film che poco ha a che fare con l’estetica e la filosofia CyberPunk del primo capitolo, ma che perlomeno riesce a sfruttare le tendenze cinematografiche del periodo.
Le influenze sono molte. La robotica di Asimov, il pessimismo futurista della saga di Matrix (nei confronti del quale questo Salvation è fortemente debitore), misto all’estetica post-apocalittica di vecchi cult del passato come Interceptor.
Il risultato è un ottimo film d’azione, dal ritmo serrato e ricco di gustose (auto)citazioni, accattivante proprio per la situazione che sviluppa al suo interno e che sarà portata avanti nei successivi capitoli di questa trilogia: l’incontro di John Connor, capo della resistenza, con suo padre. Un ragazzino di nome Kyle Reese, il cui destino è proprio quello di tornare indietro nel tempo per proteggere Sarah Connor.
That’s Entertainment!
Si rimpiangono i vecchi fasti di un tempo, ma non i soldi del biglietto.

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